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HOPPER, DONNA CHE LEGGE SUL TRENO, per CalendARTE

Donna che legge sul treno in Compartment C, Car 293 di Edward Hopper
Donna che legge sul treno: silenzio, viaggio e solitudine nella pittura di Edward Hopper.

Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE

“Donna più libro più solitudine”: potremmo inventare una categoria di dipinti, nella storia dell’arte, da chiamare così, e se dovessimo eleggere un patrono per questo genere, beh, il primo posto sul podio ce l’ha già Edward Hopper. Donne sole in interni silenziosi, donne davanti a una finestra, in un bar, in una camera d’albergo, su un treno. È un tema sul quale torna continuamente. Compartment C, Car 293 (1938) è forse uno dei capitoli migliori di questa storia.

Luogo: scompartimento ferroviario.

Fuori: buio, o quasi; un paesaggio notturno che si intuisce appena oltre il finestrino, ostile quanto basta da far sembrare la carrozza un rifugio.

Dentro: lei – seduta, elegante, il cappello in testa (perché una signora nel 1938 non si toglie il cappello nemmeno se il treno va a fuoco), gli occhi bassi su un libro.

Non sappiamo cosa stia leggendo. Non lo sapremo mai: Hopper non ci sta raccontando una storia, ci sta lasciando fuori da una storia, con il naso premuto contro il vetro come i curiosi che siamo.

È un tema che coltiva quasi con ostinazione (“obsessed” per dirla come le influencer). Lo stesso incantesimo per le donne che leggono lo ritroviamo altrove nella sua produzione, in interni o in altri luoghi di transito. Sono sempre figure che si concedono un momento di assenza dal mondo, protette da quella bolla minuscola e portatile che è un libro aperto. E Hopper, va detto, lo sapeva bene: la lettura, nei suoi dipinti, non era un dettaglio di arredo ma quasi un dispositivo narrativo, il modo più economico per rendere visibile l’invisibile, cioè un pensiero.

E qui arriva la parte che mi diverte raccontare, perché rivela quanto il mito del genio solitario regga poco alla prova dei fatti domestici.

La donna nello scompartimento (come praticamente ogni donna dipinta da Hopper dal 1924 in poi) è sua moglie, Josephine “Jo” Nivison Hopper. Pittrice lei stessa, una carriera finita in secondo piano per diventare modella, archivista, contabile e, diciamolo, anche un po’ la comprimaria della vita artistica del marito. Gran parte di ciò che oggi sappiamo sul lavoro di Hopper lo dobbiamo ai diari e agli appunti che Jo compilò con una precisione quasi maniacale.

Jo posava per tutte le figure femminili di Edward: bionde, brune, giovani, meno giovani, newyorkesi o, come in questo caso, viaggiatrici anonime; era sempre e solo lei, riadattata di volta in volta col pennello. Un’unica modella per un’intera galleria di “sconosciute”: se ci pensate è anche per questo che le donne di Hopper, per quanto diverse nei contesti, si somigliano tutte in quell’aria un po’ assente, un po’ altrove.

Nel 1931 Hopper aveva dipinto Hotel Room: una donna seduta sul letto legge un foglio di carta mentre le valigie sono ancora chiuse. Nel 1965 arriverà Chair Car, con un’altra viaggiatrice immersa nella lettura durante un viaggio in treno.

Cambiano gli anni. Cambiano gli ambienti. Ma il filo rosso rimane lo stesso e ha sempre lo stesso volto sotto vestiti diversi: quello di Jo, unica modella del marito per più di quarant’anni, reinventata di volta in volta in cameriera, sarta, viaggiatrice, lettrice. Peccato solo che in alcuni dipinti sembri una ventenne, mentre in realtà poteva averne il doppio o il triplo. Insomma, Hopper come anticipatore di Photoshop della storia dell’arte.

Ritorniamo al quadro.

Prima di arrivare alla tela definitiva, fa bene ricordarlo, Hopper lavora moltissimo.

I disegni preparatori di Compartment C, Car 293, oggi conservati al Whitney Museum of American Art, raccontano un artista molto diverso dall’immagine del pittore che dipinge d’istinto. Studia la posizione della donna, modifica l’inclinazione del busto, cambia l’equilibrio dello scompartimento, prova la luce.

Serie di studi preparatori di Edward Hopper per Compartment C, Car 293, con la donna che legge e dettagli della carrozza ferroviaria
Edward Hopper, Studies for Compartment C, Car 293, 1938, gesso, carboncino e grafite su carta, serie di studi preparatori, Whitney Museum of American Art, New York, Josephine N. Hopper Bequest. Whitney Museum of American Art Qui Hopper studia separatamente la lettrice, la posa, il finestrino, i sedili e diversi dettagli dello scompartimento. Tra i fogli visibili ci sono gli inventari 70.430, 70.431a-b, 70.432, 70.433, 70.434 e 70.435.
Studi preparatori di Edward Hopper per Compartment C, Car 293, con dettagli dell’interno della carrozza ferroviaria
Edward Hopper, Study for Compartment C, Car 293, 1938, gesso fabbricato su carta, studi preparatori per Compartment C, Car 293, Whitney Museum of American Art, New York, Josephine N. Hopper Bequest. (studio verticale, 18,1 × 11,4 cm, inv. 70.436; Whitney Museum of American Art studio orizzontale, 11,4 × 18,1 cm, inv. 70.437.)

È un regista che prepara l’inquadratura.

Quando osserviamo il dipinto abbiamo l’impressione che tutto sia naturale ma è il risultato di una costruzione attentissima dove anche il colore ha un ruolo fondamentale, quasi da secondo protagonista.

La tavolozza è ristretta, quasi claustrofobica, dovuta ad una gamma di verdi che domina l’imbottitura dei sedili, le pareti dello scompartimento, l’ombra che cola sul pavimento.

Non è un’invenzione poetica di Hopper: i vagoni ferroviari americani dell’epoca (specie quelli della Pullman Company) erano rivestiti proprio in quel verde scuro un po’ istituzionale, pensato per essere elegante e al tempo stesso non stancare l’occhio nei lunghi viaggi. Hopper, da bravo cronista della modernità americana, riprende l’arredo reale. Ma da bravo Hopper, ci costruisce sopra anche un effetto psicologico: il verde è un colore freddo, che qui avvolge la figura quasi assorbendola nell’ambiente, mentre il chiarore che filtra dal finestrino la isola in un’unica zona di luce. Il risultato è che la donna sembra insieme protetta e imprigionata da quella tonalità: il colore del comfort borghese e il colore della trappola è, per una volta, lo stesso.

Insomma, è un dipinto sull’attesa, sull’intimità e sul bisogno di ritagliarsi un piccolo spazio anche nei luoghi più affollati. Il libro diventa un rifugio, una pausa, forse perfino una scusa per sottrarsi al mondo per qualche fermata. E almeno una volta nella vita, tutti siamo stati quella donna. Seduti vicino a un finestrino. Con un libro aperto. E con la testa da tutt’altra parte.


Bibliografia

Orietta Rossi Pinelli, Hopper, Firenze-Milano, Giunti, 2018, collana “Dossier Gold”.


Sitografia

Whitney Museum of American Art, “Study for Compartment C, Car 293”, 1938,
ultima consultazione: 3 agosto 2026.

Whitney Museum of American Art, “Study for Compartment C, Car 293”, 1938,

Edward Hopper House Museum & Study Center, “Hopper’s Muse: Josephine Nivison Hopper”,
ultima consultazione: 3 agosto 2026.


L’Opera d’Arte del giorno

Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Francesco in estasi